Il Giornale
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Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324863
Cucina etnica? Sì, ma mettiamo un limite al Cous Cous Clan
Caro direttore,aiuto! Ho letto i due articoli, assai antitetici, degli ottimi Brambilla e Macioce su kebab sì/kebab no, e sono d’accordo con entrambi… Mi spiego: tendenzialmente sono d’accordo con la tesi del primo, ovvero difendiamo la nostra cultura gastronomica. Peraltro, è pur vero che la globalizzazione, alle volte, aiuta. Ecco a proposito un fatto accadutomi recentemente. Con mio marito, mi trovo a Gand, nelle Fiandre, la sera dell’ultimo dell’anno. Dobbiamo trovare un posto in cui mangiare qualcosa. Risultato: non si trova nulla. Quando la situazione sta assumendo connotati drammatici ci imbattiamo in una pizzeria italiana. D’istinto, storciamo il naso ma poi, più che il dolor, poté il digiuno. Entriamo e c’è pure il posto! Mangiamo due pizze straordinarie, che nemmeno in Italia. Piccola annotazione : il pizzaiolo è valdostano. Quindi la pizza a Gand ci salva da sicura inedia. E ovviamente, ci è anche capitato di essere salvati più di una volta dal McDonald’s e dal kebab…Cara Nicoletta, a dire il vero io la penso come lei. Cioè sono indeciso fra le due posizioni espresse brillantemente sul «Giornale» da Brambilla e Macioce. L’autarchia non mi piace in nessun settore, nemmeno in quello gastronomico (dove pure potremmo a buon diritto chiudere le frontiere senza perderci il meglio). Però a volte ho l’impressione che ormai si stia eccedendo con la moda della cucina straniera. Assaporare sotto casa i cibi messicani o tunisini, va benissimo, per carità: ma vuol mettere una bella amatriciana? Qualche tempo fa una trasmissione tv mandò le telecamere nascoste a raccogliere commenti nei ristoranti etnici.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324867
“Il mio Requiem è così bello che può vincere”
Milano – «Quando ho sentito questa canzone mi sono emozionata e ho subito deciso che dovevo farla sentire al pubblico. In pratica ho deciso che l’avrei portata a Sanremo ancor prima che si parlasse del Festival», scherza Patty Pravo lanciando la sua ultima provocazione, o «pazza idea». E io verrò un giorno là, il brano con cui si presenta all’Ariston, è davvero molto intenso. Una canzone d’amore colta, dal testo drammatico (non solo il dolore della separazione, ma lo strazio per la morte di lui e la speranza di un’eternità insieme), che ricorda Brel e la grande tradizione francese, colorita da una melodia sinuosa che ti rimane incollata addosso sin dal primo ascolto. In una parola E io verrò un giorno là è una delle superfavorite.
«Questa canzone è talmente bella che può vincere; ma l’importante è che i miei brani restino nel cuore. In questi giorni sto mixando il dvd del concerto estivo all’Arena di Verona, con il mio repertorio dagli anni ’60 ad oggi, amatissimo dai fan».
Qualche anno fa con «E dimmi che non vuoi morire» fu la vincitrice morale anche se vinsero i Jalisse.
«Già, ma che fine hanno fatto i Jalisse?».
Un brano dal testo complesso e affascinante.
«Un brano che al primo ascolto mi ha provocato brividi in tutto il corpo. Originariamente è un Requiem che dura venti minuti scritto da Andrea Cutri, un giovane musicista sardo che mi ha stregato.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324836
Battisti 3/Si, è inutile fermare il pallone
Il calcio non c’entra. Hanno detto per anni «fuori la politica dagli stadi» e ora ce la infilano di traverso: perché annullare una partita? Perché cancellare uno spettacolo? Perché rovinare una serata alla gente? Cesare Battisti non può sfregiare anche Italia-Brasile a Londra. Cancellare per ritorsione un match di pallone è la cosa più facile e contemporaneamente impopolare che si possa fare. Si prende la cosa alla quale gli italiani tengono e si punta tutto lì, sapendo che farà rumore, che farà scalpore. Ma la Figc non è la Farnesina, il commissario tecnico non è un ambasciatore, i calciatori non sono consoli. Non sanno neanche chi sia Cesare Battisti: sanno quello che hanno ascoltato al telegiornale e quello che hanno letto sui quotidiani. La diplomazia e la giustizia sono cose troppo serie per lasciarle gestire a undici ragazzi in calzoncini e il calcio è una cosa già troppo complicata per dargli pure una responsabilità politica.
Abbiamo relazioni economiche con il Brasile, ma non le abbiamo sospese. Così non possiamo sospendere le relazioni sportive. Altrimenti qual è il passaggio successivo? Mettere fuori rosa Kakà, Adriano, Julio Cesar, Ronaldinho? Certo, è un paradosso. I club non rappresentano una nazione. La Nazionale sì. Allora dicono che la bandiera, dicono che la maglia azzurra simboleggia il Paese e quindi lo Stato.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324956
H&M, la crisi fa più ricca l’Ikea dell’abbigliamento
Gli altri si stringono, stanno sulla difensiva. In attesa di momenti migliori. Loro non licenziano, assumono. E grazie alla crisi, incamerano utili, pensano ad espandersi. Pensano positivo. Loro sono gli svedesi di H&M, l’Ikea dell’abbigliamento, marchio sempre più familiare ai consumatori ai tempi del colera finanziario. Nel collettivo stringer di cinghia, H&M si allarga facendo leva su una filosofia produttiva e commerciale vincente: t-shirt a 10 euro, camicette a 20, giacche che a malapena arrivano a sfiorare il biglietto da cinquanta. Capi rigorosamente low cost, dal look modaiolo, ma ad alto, altissimo profitto: 1,44 miliardi di euro gli utili 2008, oltre il 12% in più dell’anno prima. E volumi di vendita da capogiro, con 8,3 miliardi di fatturato.Solo merito della crisi che morde i portafogli, attacca la fiducia anche dei più incalliti consumisti, induce a limitare lo shopping? Non solo. Negli ultimi cinque anni, le vendite di questo gruppo fondato nel 1947 da Erling Persson sono aumentate del 73% e gli utili per azione hanno avuto un’impennata del 140%. Alla Borsa di Stoccolma, non a caso, H&M ha strappato a un totem nazionale come Ericsson il primato della capitalizzazione.I punti vendita, rigorosamente monomarca, sono un migliaio, sparsi in 33 Paesi. Danno lavoro a 73mila persone. L’obiettivo del gruppo scandinavo è quello di arrivare a quota 80mila circa entro la fine dell’anno. «Le prospettive di espansione e le opportunità di sviluppo – ha spiegato H&M in una nota – restano positive e la società ha intenzione di assumere tra i 6mila e i 7mila nuovi lavoratori nel 2009».
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=324813
Franco Sensi, in 35mila alla Camera ardente. Folla per i funerali
È stata aperta alle 8.30 di mattina la camera ardente allestita nella Sala Giulio Cesare del Campidoglio per il presidente della Roma Franco Sensi, morto domenica scorsa, a 82 anni. Secondo quanto si è appreso dai vigili e dagli operatori della Protezione Civile, il ritardo di mezz’ora, rispetto all’apertura della camera ardente prevista per le 8, sì avuto per attendere l’arrivo della moglie di Sensi, la signora Maria, prima di procedere alla chiusura della bara. Trentacinquemila persone sono martedì salite alla camera ardente.
Intanto, sulla piazza del Campidoglio, circa un centinaio di persone è già in fila: qualcuno è arrivato anche alle 7, per rendere l’ultimo omaggio al presidente della Roma. La bara sarà trasportata nella Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura, dove, alle 12, si terranno i funerali. I 200 posti in chiesa saranno riservati ai familiari, alla squadra e agli amici intimi. I tifosi ascolteranno la messa all’esterno della chiesta grazie a due altoparlanti.
Fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=78186
Inopportuno un referendum sull’inno nazionale
Caro Granzotto, mi inserisco nella disputa relativa al provvisorio inno che dovrebbe celebrare i fasti del provvisorio e italico coacervo repubblicano di persone su tutto disunite, salvo una parvenza di comune linguaggio basato su poche e stenografiche parole. Nei lontani anni 1936-37 ai corsi per Capocenturia presso l’Accademia di Educazione fisica a Roma ci facevano cantare un patriottico inno musicato da G.Verdi. Ricordo che la musicalità dei versi aveva una compostezza maestosa e non saltellante, oserei dire circense, quale è questa del nostro attuale e provvisorio. Forse fra i tanti referendum richiesti anche quello di scegliere composizioni musicali più serie potrebbe ammorbidire le feroci dispute campanilistiche su qualsiasi argomento che assomigliano al «visto da destra» e «visto da sinistra» dell’ineffabile Candido.Meglio di no, carissimo Lauro. Il referendum sull’inno nazionale, intendo. Chissà cosa ne verrebbe. Il brano che cantava nel ’36 è, con ogni probabilità, «Suona la tromba». Verdi lo compose nel 1848 su sollecitazione di Goffredo Mameli, autore del testo, a sua volta sollecitato da Giuseppe Mazzini. Il cigno di Busseto lo buttò giù di getto e subito lo fece pervenire al martire (martire sì, però a Londra) accompagnandolo con queste parole: «Possa quest’inno fra la musica del cannone essere presto cantato nelle pianure lombarde!». Pare, però, che ascoltandolo suonato al pianoforte, Mazzini storse il naso.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=282317
Una nuova America, tre diversi manifesti
L’America è a un punto di svolta e deve ripensare il suo ruolo nel mondo: da una nuova strategia rispetto alla guerra in Iraq ai rapporti con gli alleati europei, dal proprio status di leader mondiale in concorrenza con la Cina in ascesa economica ai rimedi per affrontare una probabile recessione fino all’emergenza ambientale ed energetica. Quali sono, su questi e altri temi cruciali, le idee dei tre protagonisti della campagna presidenziale più incerta degli ultimi decenni? A questa domanda cerca di rispondere il libro, in uscita a giorni per Feltrinelli, Manifesti per la nuova America che raccoglie i programmi di John McCain, Hillary Clinton e Barack Obama.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=280156
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